Memoria ambientale

Dalla vicenda Acna il monito dei comitati contro il nuovo inceneritore

La mobilitazione ripercorre decenni di contaminazione, lavoro e proteste per contestare l’impianto ipotizzato nella valle.

Dalla vicenda Acna il monito dei comitati contro il nuovo inceneritore

La storia dell’Acna torna al centro del confronto sul futuro industriale della Val Bormida. Comitati, associazioni e cittadini hanno ricostruito le principali tappe della vicenda per collegare l’eredità dello stabilimento chimico all’opposizione contro l’ipotesi di un nuovo inceneritore nella parte ligure della valle.

La ricostruzione parte dal 1882, quando a pochi chilometri da Saliceto venne insediata la SIPE, industria destinata inizialmente alla produzione di esplosivi. Dal 1929 l’attività si orientò invece verso i coloranti per tessuti. Secondo il documento diffuso dai promotori, gli effetti degli scarichi sarebbero stati segnalati già nelle prime fasi, con la chiusura di alcuni pozzi per uso alimentare e il progressivo deterioramento delle acque del Bormida.

Una valle segnata dall’industria

Il problema, sottolineano i comitati, non avrebbe riguardato soltanto Cengio e i centri vicini allo stabilimento. Il bacino fluviale attraversa infatti l’area di Millesimo e Spigno e comprende 69 comuni, 51 piemontesi e 18 liguri. La presenza dell’impianto avrebbe inciso anche sulle attività della parte piemontese della valle, legate all’agricoltura, all’allevamento, alle produzioni alimentari e al turismo.

Nel documento vengono citati gli scarichi di sostanze derivanti dalle lavorazioni chimiche, tra cui naftoli e fenoli, e le conseguenze descritte dai promotori sull’aria, sull’acqua e sui terreni. La vicenda viene presentata come il risultato di una contrapposizione durata decenni: da una parte lo stabilimento garantiva occupazione a migliaia di persone, dall’altra agricoltori, cittadini e movimenti ambientalisti denunciavano i rischi e il degrado ambientale.

La ricostruzione ricorda anche alcuni incidenti avvenuti nel corso degli anni. Nel 1939 un’esplosione provocò la morte di cinque operai; circa quarant’anni più tardi un’esplosione di cloroalluminio causò altre due vittime e diversi feriti. Sette anni dopo, una fuoriuscita di acido solforico si sarebbe propagata nell’abitato, provocando la paralisi di un uomo.

Dalle proteste alla chiusura

Secondo i comitati, le contestazioni contro l’inquinamento iniziarono già tra le due guerre mondiali e si intensificarono negli anni successivi. Un passaggio decisivo viene individuato nel 1987, con la fondazione di Rinascita per la Valbormida da parte di Roberto Meneghini e dell’ex sindaco di Camerana Giacchino.

La mobilitazione coinvolse cittadini e agricoltori di entrambe le sponde della valle. Circa 1.500 persone si incatenarono nella sede della Regione Liguria e lo stabilimento venne fermato per 45 giorni. Alla protesta parteciparono anche le parrocchie, con il suono simultaneo delle campane per richiamare l’attenzione sulla situazione.

Alla fine degli anni Novanta la Val Bormida venne inserita, su richiesta del Piemonte, tra le 16 emergenze nazionali. La svolta arrivò nel 1999, con la chiusura definitiva dell’Acna e la collocazione in cassa integrazione di 230 lavoratori. Per i promotori, tuttavia, la conclusione dell’attività produttiva non coincise con la soluzione delle criticità ambientali.

Nel documento viene contestata anche la successiva bonifica dell’area industriale. Roberto Meneghini parla di una falsa bonifica e sostiene che gli interventi sarebbero stati realizzati a una profondità inferiore rispetto a quella necessaria. Si tratta di valutazioni e accuse espresse dai comitati, che le collegano al timore di una contaminazione destinata a protrarsi nel tempo.

Il richiamo alla storia dell’Acna viene ora utilizzato per contestare il progetto di un nuovo inceneritore nella Val Bormida ligure. Dopo la mobilitazione contro l’impianto Re-Sol, che i promotori considerano conclusa con una vittoria, comitati e associazioni chiedono di respingere anche la nuova ipotesi industriale. Il loro appello è rivolto alle comunità liguri e piemontesi, chiamate a fare tesoro della storia del territorio nelle decisioni sul suo futuro.